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martedì 23 dicembre 2014

FOREX WARS 2015: I TRE TEATRI DELLA GUERRA VALUTARIA GLOBALE

Cari amici, vi ringrazio ancora una volta per tutti i messaggi privati che mi mandate su Facebook: sto cercando di rispondere a tutti, anche se siete davvero tanti. Mi avete chiesto di parlare nuovamente di trading ad alta frequenza e prestò lo farò, promesso. In questo post, vorrei invece fornire una visione plastica dello scenario di guerra valutaria in corso, anzi della III Guerra Valutaria, poiché la prima (1921 -1936) e la seconda (1967-1987) sono state già consumate e non sono finite affatto bene, per nessuno dei contendenti.
Come tutti sanno, la FED, sotto la guida di Bernanke, ha intrapreso il più grande gioco d'azzardo finanziario di sempre. Sin dal 2007, la Banca Centrale USA, ha cercato di combattere il collasso economico tagliando i tassi di interesse a breve e prestando capitali senza troppi vincoli. Con i tassi prossimi allo zero, le munizioni sembravano finite, cosicché nel 2008, ha debuttato il QE avente -ufficialmente- l'obiettivo di abbassare anche i tassi di medio - lungo termine, ma rappresentante essenzialmente il nome di facciata di un programma volto a stampare moneta utile -in teoria- a spingere in alto la crescita. Per quale motivo? Per generare inflazione nei prezzi di assets, commodities e beni di consumo, tale da poter compensare gli effetti deflattivi prodotti dalla catastrofe finanziaria subprime related. Qual è stato l'effetto immediato? Incremento del valore degli assets finanziari, miglioramento temporaneo dei bilanci bancari, debito pubblico in aumento ma distribuito tra i vari partner internazionali, disoccupazione ridotta con molta difficoltà e «ripristinata fiducia nei mercati». Quale il rischio nel medio-lungo termine? L'induzione di un'iperinflazione non tanto sul versante dei prezzi al consumo, quanto su quello dei prezzi degli assets, potenzialmente conducente alla formazione e allo scoppio di bolle simili a quelle del 2000 e del 2007. Cosa risponde la FED a chi segnala queste perplessità? Che dispone di tutti gli strumenti idonei ad intercettare in anticipo la formazione di tali eventi: ovviamente non è vero, non solo perché mai prima d'ora nella storia delle valute, si è potuta osservare l'attivazione -quasi contemporanea- di QE su così vasta scala da parte delle banche centrali delle più importanti economie, ma anche perché il rimedio dell'innalzamento dei tassi e del restringimento della base monetaria, a parità di condizioni (ed a fronte di anche di un solo mero immobilismo sul valutario da parte della Cina) porterebbero in USA quella depressione che ha cercato di evitare proprio adottando una linea d'azione opposta. Qualcuno, un po' sprovveduto, potrebbe obiettare trattarsi di questioni interessanti esclusivamente l'America. Così, ovviamente non è: perché gli effetti dello stampare dollari sono sempre globali e mai solo locali.
All'inizio del post, ho parlato di guerra valutaria. Una guerra che ha a mio modo di vedere ha tre attori principali espressione del 60% del Pil del mondo (le tre supervalute Dollaro USA, Yuan, Euro) e diversi attori secondari (Sterlina, Yen, Rublo, Real Brasiliano e così via). I teatri operativi sono :

  • Versante Pacifico, dollaro/yuan;
  • Versante Atlantico, euro/dollaro;
  • Versante Eurasia, euro/yuan.
E' una guerra i cui confini geografici mutano rapidamente, combattuta dai maggiori centri finanziari nello stesso momento, 24 ore al giorno, da banchieri, traders, politici, sistemi di trading algoritmico, mentre le speranze di popoli e paesi rimangono sospese in precario equilibrio. Rispetto alle precedenti 2 guerre, i protagonisti sono molti di più: non solo banche centrali, FMI e Banca Mondiale, ma anche hedge funds, multinazionali, private bankers: tempo fa Soros sbancò sterlina e lira, oggi ci sono molti più hedge funds rispetto a quell'epoca e con leve sempre più alte



  1. Scenario “Pacifico”. Qui è ovvio che la battaglia riguarda la questione della valutazione dello yuan rispetto al dollaro. Tutto ha inizio nel 1983 quando i Cinesi dichiararono che lo yuan, all'epoca scambiato a 2,8 rispetto al dollaro (2.8 yuan per un solo dollaro), fosse sopravvalutato. Non appena le esportazioni iniziarono a crescere, la Cina intraprese (dal 1993) ben 6 svalutazioni, che lo portarono ad essere scambiato a 5,32 rispetto al dollaro. Nel 1994, annunciò una riforma del proprio sistema valutario e la valuta asiatica scivolò a 8,70 rispetto alla valuta USA. Dal 1997 al 2004, invece il cambio restò ancorato a 8,28. Nel 2005 passo a 8,11 e nel luglio 2008 a 6,82. (valore rimasto invariato sino al 2010). Tra il Giugno 2010 e l'Agosto 2011 passò a 6,40; oggi è a circa 6,22. Come noi tutti sappiamo, lo yuan -ad oggi- non oscilla liberamente nel Forex come il dollaro, l'euro, la sterlina: il suo uso, nonché la sua disponibilità per la regolamentazione delle transazioni sono controllati dalla Banca Popolare Cinese. Quando un esportatore incassa euro/dollari ed intende convertirli, è costretto a consegnarli alla Banca Centrale Cinese, la quale li convertirà ad un tasso di cambio prefissato. Allo stesso modo, se un importatore necessità di euro o dollari, si reca in una delle filiali della banca, consegna yuan ed otterrà solo quanto necessario per eseguire l'operazione sull'estero, non un centesimo in più. Dal 2002, però, cosa è successo? La Cina, vantante un grande surplus commerciale nei confronti degli USA, non si limitava ad incamerare il relativo surplus valutario, ma in un certo senso li comprava stampando nuovi yuan. Intendo dire: gli USA stampavano denaro; una gran parte di questo denaro finiva in Cina per comprare beni e la Banca Centrale Cinese, stampava altri yuan per assorbire il surplus. Perché? Perché se la FED stampava dollari a raffica, lo yuan si sarebbe apprezzato a parità di condizioni; cosicché per mantenere inalterato il tasso di cambio la Cina stampava a sua volta altri yuan. Inoltre essa detiene 1.950 miliardi di dollari in riserve valutarie, di cui $1.268,9 miliardi investiti in Treasury Bond ed un surplus commerciale nei confronti dei soli USA, pari ad oltre 284 miliardi di dollari nel 2014 (nel 2013 era pari a 318 miliardi, nel 2012 a 315 e così via). Ora voi direte: ma il nocciolo della questione quale sarebbe? La disoccupazione USA rispetto al valore del cross USD/YUAN. Sino al 2009 i 25 milioni di disoccupati USA facevano poco rumore perché Greenspan e Bernanke con i tassi quasi a zero ed il via libera ai mutui subprime, di fatto consentirono a dei morti di fame di acquistare auto, case, mobili. Quando è arrivata la resa dei conti, i politici USA hanno iniziato a puntare il dito contro «la manipolazione del tasso di cambio ad opera della Cina», poiché ritenevano e ritengono che uno Yuan troppo debole equivalga ad una maggior disoccupazione nonché ad un maggior numero di aziende chiuse sul suolo Americano. La Cina nel frattempo ha iniziato ad abbassare -seppur di poco- i tassi praticati dalla sua banca centrale, vuoi perché l'economia inizia a mostrare segni di frizione (con risultati che per noi equivarrebbero ad un nuovo miracolo economico) vuoi perché se l'economia rallenta e le insolvenze crescono, lo shadow banking cinese trascina giù l'intero mondo in una crisi mai vista. Se la banca Cinese taglia i tassi (supponiamo di 20 pb) automaticamente il dollaro si apprezza; se la Fed aumenta i tassi (supponiamo di 10 pb) il dollaro si apprezza; il risultato netto sul cambio USD/YUAN è di una rivalutazione di 30pb del dollaro sullo Yuan, a parità di condizioni. Quali effetti potrà avere su debito sovrano ed economia USA la combinazione di queste circostanze?
  2. Scenario “Atlantico”. Le relazioni tra UE e USA possono essere considerate di codipendenza, più che di contrapposizione, in ragione degli stretti legami esistenti non solo a livello politico ma anche finanziario ed in particolar modo bancario. Nel prossimo anno ed in quelli futuri, l'Unione Europea e l'UEM continueranno a far pagare ai cittadini/contribuenti tutti i peccati originali presenti nei trattati, che vanno oltre l'assenza di una politica fiscale/industriale comune. Noi tutti sappiamo che l'adesione di alcuni paesi periferici a detta unione farlocca è il risultato della combinazione marcia tra cieca burocrazia targata Bruxelles, ministri ex dipendenti delle principali banche d'affari a livello mondiale, sottoscrizione di derivati hit-and-run emessi dagli squali di Wall Street col fine di consentire (alla Grecia ma non solo) di tenere off-balance-sheet, montagne di debiti la cui contabilizzazione è stata semplicemente postdatata (spesso rispetto alla data di adesione all'UEM), titoli di stato irlandesi, portoghesi, greci, spagnoli, ed italiani altamente rischiosi ma garantenti interessi di poco più alti rispetto ai titoli tedeschi, grazie all'opera ridicola delle agenzie di rating, le quali hanno valutato i titoli sovrani con la stessa attenzione con cui avevano valutato gli ABS ed i CDO all'origine della crisi subprime related, roba da asini matricolati. Tra l'altro l'errore di annullare la riflessione del rischio nei rendimenti si sta ripetendo nel silenzio globale sotto i nostri occhi, questa volta non per demerito delle agenzie di rating ma per specifica volontà dei sempre svegli tecnici europei, i quali hanno creato un perfetto no-lose game. Cosa intendo dire? Che se l'area euro dovesse andar bene, il progetto sarebbe consacrato; qualora andasse male le istituzioni europee chiederebbero ed otterrebbero - vista l'aria che tira- ancor più poteri, ancora maggiori riduzioni della sovranità nazionale. L'Euro e l'Europa, usciranno comunque indenni dal prossimo 2015: non perché la situazione economica migliorerà, ma perché USA e Cina restano disponibili – seppur per motivi diversi- a garantire con la loro diversa potenza di fuoco politica e finanziaria, eventuali ulteriori bailouts. Gli USA hanno tutto l'interesse ad un Euro forte, perché un euro forte significa un maggior export per gli USA. Un' eventuale esplosione della crisi delle debito sovrano, trascinerebbe con sé le banche e la moneta unica, facendo saltare in aria una grossissima parte dell'economia americana. Quindi, su questo versante abbiamo due continenti too big too fail; resta da vedere quanto i popoli saranno disposti a sopportare per salvare l'euro e quanto le swaps lines e le risorse disponibili per eventuali bailouts riusciranno ad attutire la deflagrazione della bolla che scoppierà quando la Francia alzerà bandiera bianca dinanzi ai mercati. La Cina ha -verso la zona euro- interessi molto simili a quelli americani: un euro forte significa un forte export per il paese asiatico e se l'eurozona dovesse finir male, gli stati fuoriusciti adotteranno valute nazionali non solo molto più deboli dell'euro, ma anche dello stesso yuan che vedrebbe quei mercati persi per moltissimi anni. La Germania, naturalmente, si avvantaggia della convergenza di interessi cinesi ed americani, perché oltre ad essere una potenza esportatrice verso i 2 continenti è anche esportatrice verso gli stessi paesi dell'UEM, quindi gradisce un euro sì debole ma non tanto da essere espressione di crisi sistemiche inducenti alla disgregazione monetaria. Perché la disgregazione è così temuta da Merkerl & C.? Per lo stesso motivo per il quale è temuta dalla Cina: nuove valute molto deboli che impedirebbero l'export tedesco verso quei Paesi/mercati che abbandonerebbero la moneta unica. Questo cosa significa? Che la Germania venderà sempre e comunque l'anima per salvare questo o quel paese periferico, in quanto il costo dei singoli bailouts sono per essa sempre minori di quelli sosterrebbe in caso di ritorno alle valute nazionali. Quindi sin quando la Francia avrà un debito pubblico con qualche parvenza di sostenibilità, sin quando i mercati ignoreranno la facile preda italiana e visti i convergenti interessi di Germania, USA.Cina, l'Eurozona rimarrà intatta, schiacciata da austerità e crescita zero.
  3. Scenario “Euroasiatico”. Se il rapporto Eur/Usd è espressione di codipendenza, quello Eur/Yuan è di mera dipendenza. La Cina è la vera ancora di salvezza dei paesi periferici dei quali continuerà ad acquistare grosse fette di debito pubblico e presso i quali effettuerà tramite i propri fondi sovrani, investimenti diretti. La Cina è pronta ad offrire diversi paracadute all'Europa, perché una crisi irreversibile porterebbe al disastro non solo l'export cinese, ma anche quello del suo principale debitore cioè quello statunitense oltre che incredibili perdite sui bonds degli stati non core, con conseguente -inevitabile- incremento dello yuan ed ancora una volta, perdita dell'export. In definitiva, la Cina, offrendosi di aiutare l'eurozona, finisce per ridurre i costi che la Germania dovrà sostenere volente o nolente, per i prossimi bailouts. Una cosa è però certa: Usa e Cina vogliono l'euro e che l'euro sia forte, poiché l'euro forte è la garanzia più importante per il loro export e per la loro stessa ricerca di supremazia politica e militare. L'euro attraverserà giorni bui, bailouts, ristrutturazioni del debito, ma difficilmente scomparirà.  
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