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martedì 6 gennaio 2015

IL MONDO VEDE IL BLUFF AMERICANO SULL'INFLAZIONE ATTESA. Il GIOCO DI PRESTIGIO FINANZIARIO, NON INCANTA PIU'

La formula MV= Py è quella del monetarismo di Milton Friedman, dove M= offerta di moneta, V= Velocità nella circolazione della moneta, Py= Prodotto Interno Lordo, scomponibile in P= variazione dei prezzi (inflazione), y= crescita reale.

Vediamola così:
  • La variabile M, viene gestita -in parte- dalla Fed che può aumentare l'offerta di moneta acquistando titoli del debito pubblico e può ridurla vendendoli, quindi ritirando moneta dalla circolazione.
  • La variabile V ha natura psicologica. Se un individuo si sente economicamente benestante con prospettive di crescita ulteriore per il futuro, non risparmierà bensì spenderà. A sua volta chi incasserà quell'ammontare di moneta, se altrettanto ottimista, la spenderà ed il fattore velocità aumenterà. V è essenzialmente una variabile comportamentale, che nessuno può controllare.
A causa dell'ultima crisi finanziaria, la Velocità ha cominciato a rallentare: la gente ha iniziato a risparmiare un po' di più a causa delle fosche nubi che si addensavano sul futuro americano. Per compensare la riduzione del valore di V, la Fed ha pensato bene di far aumentare il valore di M, iniziando a stampare moneta, nel tentativo di mantenere (trattandosi di un'uguaglianza) pressappoco invariato il valore di Py, ovvero del PIL nominale. Si è posto però un altro problema: la Fed controlla solo il 20% dell' offerta monetaria, il restante 80% dipende dalla disponibilità delle banche, nelle innumerevoli forme ammesse dai mercati, a concedere credito. Non sempre ad un aumento della base monetaria corrisponde un proporzionale aumento dell'offerta: infatti tra il 2008 ed il 2011 la prima aumentò del 242% mentre la seconda solo del 32%: perché? Perché le banche non prestavano abbastanza e la gente, sovraindebitata e sfiduciata nel futuro non avanzava richieste di finanziamento. Il meccanismo di trasmissione della politica monetaria, non funzionava bene ed al contempo il valore di V era diminuito perché la gente consumava meno. Per far consumare di più, la Fed decise di giocare la carta del wealth effect: se la gente si sente più benestante, spende con maggiore libertà e quindi il valore di V tende ad aumentare, se i consumi aumentano tutta l'economia ne trae beneficio: il problema sta nell'innescare il tutto. Come tentare dunque la generazione del wealth effect? Inflazionando i valori delle due asset classes più care agli americani: case ed azioni. Che vuol dire inflazionare? Significa che poiché il rendimento dei titoli di stato era azzerato, che quello del settore corporate era considerato inadeguato ai rischi, gli investitori, per ottenere qualche profitto avrebbero dovuto spostare i soldi (com'è accaduto) su azioni e immobiliare. Limitatamente al periodo 2009-2011, l'azione sull'immobiliare (tramite progressiva riduzione dei tassi a lungo termine a mezzo QE) non ha avuto molto successo (anche perché i valori erano totalmente crollati a causa della crisi subprime), a differenza di quanto accaduto sull'azionario dove ad esempio il Dow Jones Industrial Average è aumentato di circa il 90% tra il Marzo 2009 e l'aprile 2011 (e sino ad oggi ha continuato a crescere). Tuttavia, a fare molti soldi sono stati in pochi, visto che tanti americani si sono tenuti fuori dai mercati, nei cui confronti non avevano più molta fiducia, visti gli scandali finanziari dei due anni precedenti; quindi, l'induzione del wealth effect tramite inflazione dell' asset azionario era riuscita solo in parte. Questo voleva dire che il valore di V, non aumentava abbastanza. L'ultima arma a disposizione era l'impiego di uno strumento incidente sulla finanza comportamentale: instillare il timore di un'inflazione attesa elevata. L'idea di base era (ed è stata) mantenere i tassi nominali molto bassi e le aspettative d'inflazione -artatamente- molto alte. Qualcuno di voi ricorda i principali commentatori americani far finta di essere preoccupati di un'inflazione stabilmente sopra il 4% a causa dei vari QE della Fed. Perché? Perché in questo modo si sarebbero generati tassi d'interesse reali negativi. Facciamo un esempio per chi non è pratico della materia: il tasso d'interesse reale è uguale al tasso d'interesse nominale meno il tasso d'inflazione attesa. Se il tasso d'interesse nominale è pari a 3% e l'inflazione attesa è pari a 4%, avremo un tasso d'interesse reale negativo, pari a meno uno. Se il tasso di intere reale è negativo, indebitarsi, quindi spendere, quindi investire, quindi aumentare il valore di V, conviene. E perché conviene? Perché i tassi d'interesse negativi creano la prospettiva di dollari presi in prestiti ad un certo valore e rimborsati con altri svalutati a causa dell'inflazione. Quindi, la Fed altro non ha fatto che: incoraggiare i prestiti con la politica dei tassi quasi zero (cercando di aumentare il valore di M), i quali hanno comportato lo spostamento della liquidità sull'azionario, inseguendo la produzione di wealth effect teso ad aumentare il valore di V; con il QE hanno abbassato i tassi di interessi a medio lungo termine, inseguendo la produzione di wealth effect sull'immobiliare, teso anch' esso ad aumentare il valore di V; con la combinazione e la garanzia per gli anni a venire di tassi quasi zero, QE, aspettative d'inflazione alta, ha proiettato nella testa del consumatore/investitore medio, l'idea dei tassi d'interesse negativi, conseguendo (e raggiungendo in parte) il duplice obiettivo di aumentare il valore di M (a causa della maggiore richiesta di finanziamenti per investimenti e consumi) ed anche il valore di V, quindi il valore di Py, cioè del (Pil).
Questo piccolo gioco di prestigio, ovviamente, non spunta dal nulla ma è frutto di anni di studio condotti da Bernanke e Paul Krugman (pur con qualche diversità di veduta rispetto al primo) nel lontano 1990 (ricordate il decennio perso dal Giappone?). Ma è un altro personaggio, che molto probabilmente nessuno di voi ha mai sentito nominare, a chiarirci bene come vengono prese alcune delle decisioni adottate ai massimi livelli: Lars E.O Svensson. Svensson dal 2007 al 2013 membro del board della banca centrale Svedese, amico nonché collega universitario di Bernanke e Krugman presso l'università di Princeton, è l'autore di un Paper del 2003 molto interessante, dal titolo «Escaping from a Liquidity Trap and Deflation:T he Foolproof Way and Others», traducibile per chi non conosca l'inglese in «Fuga da Trappola della Liquidità e Deflazione: Il Metodo infallibile ed Altri». Prima di analizzare cosa diceva Svensson, mi limito a sottolineare come lo stesso Bernanke (ultimo governatore della Fed prima della Yellen, sulla quale mi riservo di svelare un piccolo retroscena in un post futuro) sino all'altro giorno, ha rilasciato dichiarazioni del tipo: «abbiamo le chiavi della macchina per stampare i soldi e non ci spaventa l'idea di usarle»; Krugman, dal canto suo, ha sempre obiettato che questo avrebbe avuto un correlativo effetto svalutativo, come i notevolmente bassi tassi d'interesse del 2001-2004 produssero rispetto alle altre monete, circostanza che ho documentato nei post precedenti e che si è verificata sino a quando le altre valute, riconducibili a paesi che campano di export, si sono visti costretti a svalutare a loro volta le loro monete, che si erano apprezzate contro il dollaro, il quale grazie anche al rilancio dell'export negli ultimi anni, si è a sua volta rivalutato contro le stesse.
Ed ora veniamo alla spiegazione dell'alchimia finanziaria sperimentata dagli USA in questi anni; dice Svensson: «Even if the nominal interest rate is zero, a depreciation of the currency provides a powerful way to stimulate the economy out of the liquidity trap (for instance, Bernanke (2000). A currency depreciation will stimulate an economy directly by giving a boost to export and import-competing sectors. More importantly, a currency depreciation and a peg of the currency rate at a depreciated rate serves as a conspicuous commitment to a higher price level in the future, in line with the optimal way to escape from a liquidity trap discussed above. An exchange-rate peg can induce private-sector expectations of a higher future price level and create the desirable long-term inflation expectations that are a crucial element of the optimal way to escape from the liquidity trap», traducibile in: «Anche se il tasso di interesse nominale è pari a zero, un deprezzamento della moneta fornisce un potente strumento per stimolare l'economia fuori dalla trappola della liquidità (ad esempio, Bernanke (2000). Un deprezzamento della moneta stimolerà l'economia direttamente dando un impulso ai concorrenti settori dell'import-export. Ancora più importante, un deprezzamento della valuta e l'ancoraggio del tasso di cambio ad un livello svalutativo serve come un impegno cospicuo per un più alto livello dei prezzi in futuro, in linea con il modo ottimale per uscire da una trappola della liquidità discusso in precedenza. Un tasso di cambio fisso può indurre aspettative del settore privato di un più alto livello di prezzo futuro e creare le aspettative di inflazione auspicabili a lungo termine che sono un elemento fondamentale del modo ottimale per fuggire dalla trappola della liquidità».
Lo stesso Svensson, descrive le difficoltà che si possono incontrare nel manipolare le scelte economica della collettività, nel tentativo di raggiungere gli obiettivi di cui sopra; più nello specifico scrive: «If the central bank could manipulate private-sector beliefs, it would make the private sector believe in future inflation, the real interest would fall, and the economy would soon emerge from recession and deflation. The problem is that private-sector beliefs are not easy to affect», traducibile in: «Se la banca centrale potesse manipolare le convinzioni del settore privato, gli farebbe credere nell'inflazione futura, il tasso di interesse reale si contrarrebbe, e l'economia riemergerebbe presto da recessione ed inflazione. Il problema è che le convinzioni del settore privato non sono facili da influenzare». Ad aiutare, seppur involontariamente, l'idea di un'inflazione attesa elevata hanno contribuito:
  • l'aumento dei prezzi delle commodities nel 2011;
  • l'allarmismo di molti commentatori, che sventolavano lo spettro dell'arrivo della grande inflazione.
Bernanke, che sapeva il fatto suo, dinanzi a chi lo accusava del fatto che il QE avrebbe comportato un aumento del livello generale dei prezzi, non faceva una piega, perché desiderava proprio aspettative globali di un aumento dell'inflazione. Ora cari amici, sappiamo che:

  • La velocità (V) della circolazione della moneta, dipende dalla fiducia dei consumatori;
  • L'offerta di moneta (M) può interrompersi qualora le banche non hanno fiducia nell'economia e/o qualora i consumatori/imprenditori non vedano prospettive di ripresa/crescita.
  • Il giochino delle attese alte di crescita dell'inflazione è durata solo un anno e qualche mese, poi è successo quello che vedete nel grafico.
  • US annual inflation rate eased to 1.3 percent in November from 1.7 percent in the previous three months due to a fall in energy cost. On a monthly basis, consumer prices decreased 0.3 percent, the biggest decline in six years.
  • Le banche centrali, dove non arrivano con mezzi ufficiali, cercano di arrivarci con la propaganda e l'art of deception, che è fondamentalmente ingegneria sociale volta a creare “fiducia” nel prossimo relativamente a qualcosa, al fine di trarne profitto. Se non vi piace l'economia, questa pratica è ben illustrata dal più grande hacker di tutti i tempi, Kevin Mitnick, nel suo libro “L'arte dell'Inganno”. Ricordiamoci, però, che quando l'ingannato si accorge di essere tale, perde fiducia (in questo caso nelle previsioni fatte dalle banche centrali e dall'orchestra di propaganda di contorno) e la perdita di fiducia comporta sempre dei costi.