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venerdì 11 settembre 2015

HEDGE FUNDS, FONDI COMUNI, RENDIMENTI E CREDULITA' POPOLARE PT.1

Degli Hedge Funds mi ero già occupato qui, qui , qui, qui qui, qui e qui
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Qualche giorno fa, sulla bacheca FB di un mio contatto telematico, ho avuto modo di leggere uno scambio di opinioni da cui ho tratto ispirazione per l' analisi della tematica di cui al titolo. Qual era il succo del discorso? Molti Hedge Funds (di seguito HF) perdono un bel po' di soldi e tanti altri hanno rendimenti di gran lunga inferiori a quelli astrattamente idonei a giustificare il modo in cui tali investitori istituzionali siano percepiti dalle masse, tendenti a consacrarli a moderni Re Mida. Un altro utente sottolineava come non fosse corretto fare di tutti i gestori un fascio; chi ha ragione? A mio modestissimo parere, entrambi. Tuttavia, è necessario effettuare delle distinzioni, indispensabili e per evitare confusione e per non scadere in generalizzazioni.
I Fondi Comuni di Investimento (di seguito FCI) non devono essere accomunati agli HF; i primi si rivolgono a piccoli risparmiatori mentre i secondi ad investitori sofisticati, particolarmente facoltosi e/o a fondi pensione. Ambedue, però, nascono per offrire agli investitori un miglioramento del trade off rischio/rendimento per il tramite della diversificazione.
I FCI, aperti o chiusi, a seconda dell' asset oggetto di operatività, possono essere distinti in:
  • bond funds;
  • equity funds;
  • hybrid funds;
  • money market funds;
  • index funds (replicanti un indice prescelto).
Chi gestisce i fondi? Le società di gestione che, per far fronte ai costi sostenuti (di collocamento, contabili, amministrative, di transazione ecc.) applicano -agli investitori- alcune commissioni:
  • di sottoscrizione (non sempre applicata);
  • di vendita, normalmente decrescenti al crescere della permanenza nel fondo;
  • di gestione (periodica).
Se andiamo a dividere il totale degli oneri gravanti sul fondo per il suo patrimonio medio, otteniamo l'indice complessivo di spesa, detto total expense ratio. Il costo totale per il sottoscrittore viene -generalmente- calcolato nel modo seguente: Indice complessivo di spesa + (Commissioni di sottoscrizione / n. anni di permanenza nel fondo) + (Commisioni di vendita / n. anni di permanenza nel fondo).
E veniamo alla domanda che in tanti si pongono: gli equity funds gestiti attivamente, riescono a battere il mercato? Ovvero, riescono ad avere una performance superiore a quella degli indici azionari? Quelli che battono il mercato in un dato anno, riescono a batterlo con continuità? Possiamo rispondere negativamente ad entrambe le domande; su quali basi? Su quelle poste da uno studio (seguito da altri conducenti a risultati pressoché identici) notissimo per la sua importanza: “Risk, the Pricing of Capital Assets and the Evalutation of Investment Portfolios”, Journal of Business, 42 (April 1969), pp. 167-247, di Jensen M. C. Ovviamente esistono delle eccezioni che confermano la regola: più della metà dei fondi non batte il mercato e quelli in grado di batterlo in un anno non riescono a farlo con continuità. Più precisamente, i risultati mostrano che, allorquando un gestore realizzi performances superiori alla media in un dato anno, la probabilità di conseguire un risultato superiore alla media anche nell'anno successivo, si attesta intorno al 50%, ciò significando che i risulti sopra la media conseguiti nell' anno (o negli anni) precedente/i sono riconducibili al caso più che ad un'eccellente capacità gestionale. Sicuramente, esistono fondi (e ne parleremo) che hanno un al alfa costantemente positivo, ma rappresentato un élite davvero molto molto ristretta. Nel/i prossimo/i post/s vedremo come tale studio sia ulteriormente confermato da alcuni dati recentissimi.

Tra le altre cose, bisogna sempre stare attenti quando in tv o sui giornali vengono udite e lette alcune frasi. Ad esempio, l'affermazione «il tasso di rendimento medio annuo realizzato dal nostro fondo negli ultimi 5 anni è pari ad x%» è diversa dall' affermazione «se aveste affidato a noi i vostri soldi, avreste ottenuto un rendimento del x % annuo)». Proviamo a dimostrarlo.
Immaginiamo che un fondo comune di investimento, negli ultimi 5 anni, abbia registrato i seguenti rendimenti (composti annualmente): 10%; 20%; 30%; 20%; -30%. Sommiamo ora i rendimenti e dividiamo il tutto per 5; otteniamo una media aritmetica pari al 10%.
Tuttavia, investendo nello stesso fondo negli ultimi 5 anni, avremmo ottenuto un rendimento inferiore al pubblicizzato 10%. Proviamo a dimostrarlo, partendo da un capitale iniziale pari a € 100,00.
€100x1,1 x 1,20 x 1,30 x 1,20 x 0,70= €144,14 laddove un investimento in grado di rendere effettivamente il 10% (composto annualmente) sarebbe stato pari a €100,00 x 1,15= €161,05. In realtà, con riferimento ai € 144,14, il tasso di rendimento effettivo medio, nell'ipotesi di capitalizzazione annuale degli interessi, può considerarsi pari a € 100 x (1,07587)5, ossia al 7,587% annuo. Quindi, qualora il gestore affermasse che il proprio fondo, negli ultimi 5 anni, abbia totalizzato rendimenti medi annui del 10%, direbbe qualcosa di fuorviante e meno corretto rispetto all' ipotetica asserzione attestante il tasso di rendimento medio del fondo, negli ultimi 5 anni, al 7,587%.
Infine, bisogna considerare un altro aspetto: un gestore può creare anche 8 fondi (o più); immaginiamo che il gestore abbia skills medie e che le probabilità di battere il mercato -per ogni anno- si attestino intorno al 50%. La probabilità di battere il mercato per 3 anni consecuitivi, risulterà pari ad 1/8= (1/2)3; ciò significa che, solo 1 degli 8 fondi sarà in grado di far registrare grandi performances sui 3 anni e statene pur certi, sarà quello maggiormente pubblicizzato presso il pubblico e da questo ricordato.