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lunedì 22 febbraio 2016

SUL RISCHIO DI LIQUIDITA' DI ALCUNI ETPs (ED ETFs) PT.2.

Potete trovare qui la prima parte.
Nell' edizione odierna di un notissimo quotidiano a diffusione nazionale, è apparso un articolo contenente alcune dichiarazioni fornite dalla stessa banca che qualche giorno fa tweettava quanto ritratto in questa foto.
Cosa dice l'articolo tratto dalla rubrica denominata “L'esperto (sic!) risponde”? Dice che la banca X ha lanciato un certo numero di nuove linee di investimento, i cui portafogli vengono costruiti facendo unicamente (ribadisco, unicamente) uso di ETFs, descritti dall' istituto di credito quali strumenti di investimento «liquidi, trasparenti ed efficienti dal punto di vista dei costi».
Poiché banche ed operatori italiani in genere del risparmio gestito continuano a dare per certa ed assoluta la liquidità del prodotto ETFs in sé, mi vedo costretto a dar seguito alla serie di posts aventi ad oggetto la tematica in questione.
Siete pronti? Iniziamo.
Come già detto nella prima parte, utilizzerò dati tratti dai mercati USA. Perché? Perché trattandosi del mercato di ETFs notoriamente -e per alcuni aspetti erroneamente- considerato più liquido in assoluto al mondo, ogni stress interessante gli strumenti riconducibili ai mercati di quell'area geografica potrebbe corrispondere ad un altro, avente un' intensità ben più grande, con riguardo agli ETFs aventi sottostanti notoriamente meno liquidi,  appartenenti alla stessa o ad altre aree geografiche.
Dal 2010 abbiamo potuto osservare in tutto il mondo:
  • un aumento del numero di ETPs;
  • un aumento del valore da essi capitalizzato sui mercati.
Nel maggio del 2010, all'epoca del Flash Crash richiamato nel primo post, sui mercati USA, esistevano 838 ETPs, il 27% di quali fallì -quel giorno (6 Maggio)- nel pricing o presentò valori totalmente sballati rispetto a quelli dei sottostanti. Al 31 Dicembre 2014 (ultimi dati ufficiali disponibili) il numero di ETPs negli USA è passato, computando sia ETFs che ETN, da 838 a 1.663,
Non si capisce quale tipo di utilità possa apportare ai mercati o agli investitori l'aggiunta di ETPs prevalentemente illiquidi, ma tant'è.
Molti dei nuovi ETPs fanno uso delle stesse blue chips sottostanti a molti grandi ETFs già esistenti da anni; circostanza questa che contribuisce a rendere i prodotti di nuova comparsa illiquidi ed il rischio sistemico più elevato.
Al 31 Dicembre 2014 (ultimi dati ufficiali disponibili) esistevano più di 300 ETPs basati sui titoli azionari delle società USA a più ampia capitalizzazione. Di questi, l' 85% vanta -tutt'ora- un volume medio giornaliero < 1 milione di quote: in altre parole, sono sostanzialmente illiquidi. A questo punto, un quesito sorge spontaneo: la creazione di nuovi ed ulteriori ETPs è necessaria? Se sì, a chi? E' opportuna? Se sì, perché?
Ad ogni modo, la crescita di ETPs è testimonianza di un accresciuto (e crescente) interesse anche negli ETFs da parte degli investitori e di conseguenza da parte della sell-side (banche, sgr, fondi ecc.)
L'immagine di cui sotto (la cui fonte rivelerò non appena qualcuno taccerà di inverosimiglianza il contenuto di questa serie di posts) raggruppa un campione di 17 ETFs, lanciati nel 2014 ed aventi come sottostanti  o il  cosiddetto “total market” o le azioni delle aziende a più larga capitalizzazione, il che vuol dire che contengono le stesse blu chips fungenti da sottostanti per più antichi e più grandi ETFs.
I 17 ETFs elencati, nel 2014, erano sostanzialmente illiquidi, avendo registrato un un volume medio giornaliero di 75 mila (o meno) quote nei tre mesi antecedenti al 31 Dicembre 2014.
Per oggi ci fermiamo qui. Saluti.