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domenica 5 giugno 2016

IL RITRATTO DELLA LUNGA AGONIA DELL' ITALIETTA REALIZZATO, CON GRANDE ONESTA', DA BANKITALIA NELL'ULTIMA RELAZIONE

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A fronte di questo aumento delle risorse umane disponibili, la capacità del Paese di impiegarle in modo efficiente ha progressivamente smesso di espandersi. L’economia italiana ha faticato ad adattarsi ai cambiamenti generati dalla globalizzazione e dalla rivoluzione tecnologica . La produttività totale dei fattori, che approssima l’efficienza complessiva del sistema produttivo, ha rallentato da una crescita media annua dell’1,4 per cento nel periodo 1974-1993 allo 0,3 per cento nei vent’anni successivi
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Il reddito annuo medio pro capite da lavoro dipendente (al netto di imposte e contributi sociali), salito quasi ininterrottamente fino al 1989, si è fortemente contratto durante la recessione dei primi anni novanta; nel 2006 era cresciuto di appena il 10 per cento rispetto al 1977. Dalla metà degli anni novanta, la modesta dinamica dei redditi da lavoro dipendente pro capite e la forte crescita della quota di percettori riflettono entrambe la diffusione di forme di occupazione meno stabile, facilitata dalle modifiche regolamentari del mercato del lavoro. Per contro, il reddito annuale medio pro capite da lavoro autonomo, che è in media più elevato, nello stesso periodo (1977-2006) è cresciuto di circa il 40 per cento.
Per entrambe le categorie, il dispiegarsi della crisi economica globale avviatasi nel 2008, proseguita in Europa con la crisi del debito sovrano, ha riportato nel 2014 i redditi ai livelli della fine degli anni settanta; la parallela contrazione dell’occupazione ne ha ulteriormente aggravato le conseguenze per le famiglie, soprattutto per quelle dei lavoratori dipendenti.
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Prima della recessione del 1992-93, il 65 per cento della popolazione italiana viveva in famiglie il cui reddito derivava per almeno i due terzi da lavoro; nel 1995 era solo circa la metà; grazie alla ripresa dell’occupazione, questa quota è aumentata, seppure in misura contenuta, fino al 2008 (al 55 per cento); è poi nuovamente scesa per effetto delle due crisi che hanno interessato l’economia italiana. Al contrario, la quota di chi vive in famiglie il cui reddito proviene per almeno i due terzi da pensioni è salita ininterrottamente dal 12 per cento nel 1977 fino al 18 per cento nella seconda metà  degli anni novanta; dopo una fase di stasi, è tornata a crescere durante la crisi finanziaria globale, contribuendo a mitigarne le ricadute sugli standard di vita delle famiglie.
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L’indice di Gini del reddito equivalente, una misura di disuguaglianza che varia tra 0 e 100 e sintetizza quanto la distribuzione si discosta da quella egualitaria, ha seguito fino alla prima metà degli anni ottanta una tendenza discendente proseguendo quella che, pur con passo diverso, aveva contraddistinto tutto il periodo postunitario. Questa tendenza si è interrotta nella seconda metà degli anni ottanta e si è poi invertita durante la recessione che ha colpito l’Italia nel biennio 1992-93, in concomitanza con le turbolenze del meccanismo di cambio del Sistema monetario europeo: la disuguaglianza è rapidamente cresciuta, in parallelo con una modesta flessione del reddito disponibile pro capite.
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Al contrario, la disuguaglianza non ha subito variazioni apprezzabili dopo l’avvio della crisi finanziaria globale nel 2008 e dopo la successiva recessione indotta dalla crisi del debito sovrano, nonostante una più ampia contrazione del reddito. Nel complesso, la disuguaglianza si è stabilizzata su valori prossimi a quelli registrati alla fine degli anni settanta e relativamente elevati nel confronto internazionale; dagli anni ottanta è però cresciuta meno che in molti altri paesi avanzati.
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Tra la fine degli anni ottanta e il 2014, l’espansione della quota di popolazione a basso reddito si è accompagnata con un sostanziale cambiamento della sua composizione, più che dimezzandosi tra le famiglie di pensionati (dal 40 al 15 per cento), salendo tra quelle dei lavoratori dipendenti (dal 14 al 20 per cento) e, sebbene meno intensamente, dei lavoratori autonomi (dal 12 al 15 per cento). A conferma della limitatezza degli strumenti di protezione sociale contro la povertà, la condizione di basso reddito interessa pressoché tutti i nuclei il cui capofamiglia è stato prevalentemente disoccupato nell’anno, una condizione che nel 2014 è giunta a coinvolgere quasi il 4 per cento della popolazione, più del doppio di quanto registrato al culmine della recessione dei primi anni novanta. Il disagio economico è più elevato per i membri delle famiglie più giovani. Considerando tutti gli appartenenti alle famiglie con capofamiglia di età non superiore ai 30 anni, oltre una persona su tre è in condizione di basso reddito (solo una su dieci alla fine degli anni ottanta); la stessa tendenza ha riguardato, con minore intensità, anche i nuclei con capofamiglia di età compresa tra i 31 e i 50 anni. Si è invece lievemente ridotta la quota di famiglie a basso reddito nel Mezzogiorno, scesa al 33 per cento da quasi il 40 nel 1995; resta però circa il triplo di quella del Centro Nord. Le famiglie, soprattutto quelle in condizioni di disagio, possono attingere al proprio patrimonio per attutire le ripercussioni degli shock di reddito sulle proprie condizioni di vita. Nel 2014 le famiglie a basso reddito detenevano tuttavia meno del 4 per cento della ricchezza netta complessiva, tre punti meno che nel biennio 1993-95. Quasi la metà di queste famiglie non sarebbe uscita dalla condizione di basso reddito per un solo anno nemmeno liquidando interamente il proprio patrimonio; durante la recessione degli anni novanta questa quota era decisamente più bassa e non arrivava al 30 per cento. Tali nuclei particolarmente fragili sono più frequenti nel Mezzogiorno, tra quelli più piccoli, tra quelli il cui capofamiglia è un lavoratore dipendente. La ricchezza delle altre famiglie in condizione di basso reddito è in media superiore a circa sei volte il valore che definisce questa condizione, un livello sostanzialmente analogo a quello della metà degli anni novanta.
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L’indebolimento, dagli anni novanta, dell’economia italiana ha gravato in particolare sui più giovani: sono aumentate le opportunità di ingresso nel mercato del lavoro, ma le carriere lavorative sono diventate più intermittenti e i livelli retributivi  iniziali inferiori a quelli dei coetanei di generazioni precedenti, nonostante il più alto livello di istruzione. Secondo i dati dell’INPS, tra la fine degli anni ottanta e l’inizio del decennio scorso, la retribuzione settimanale d’ingresso è diminuita, in termini reali, di circa un quinto; il calo non è stato accompagnato da progressioni retributive più rapide. La doppia recessione tra il 2008 e il 2013 ha pesato soprattutto su chi si accingeva a entrare nel mercato del lavoro, annullando larga parte dell’aumento delle probabilità giovanili d’impiego registrato negli anni precedenti. Le generazioni più giovani hanno risposto a questo indebolimento della capacità di generare reddito rinviando l’uscita dalla famiglia di origine. Tra la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni duemila la quota di giovani tra i 25 e i 34 anni che viveva ancora nella famiglia di origine è raddoppiata, da poco più di un quarto a circa la metà; il tenue calo osservato fino al 2008 è stato interrotto dalla crisi finanziaria globale e, nel 2014, la quota è tornata prossima al 50 per cento (al 30 per cento nella fascia tra i 30 e i 34 anni). Questi giovani hanno beneficiato delle migliori condizioni economiche dei loro genitori: il loro reddito equivalente è stato in media superiore a quello dei coetanei che avevano formato una nuova famiglia.
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Si stima che il reddito permanente al netto dei trasferimenti pensionistici, ovvero quanto in media ci si può attendere di guadagnare lungo l’intero ciclo di vita, non cresca più o sia addirittura in calo per le generazioni più giovani che hanno formato una famiglia rispetto a quelle che le hanno precedute. Il divario intergenerazionale di benessere è plausibilmente maggiore se si considera che, a seguito dell’introduzione del metodo contributivo, i redditi da pensione delle generazioni giovani dipenderanno più che in passato dall’andamento, per lo più discontinuo, delle loro carriere lavorative. A fronte di un più basso reddito permanente, queste generazioni hanno tuttavia beneficiato dello sviluppo del mercato del credito italiano e del miglioramento delle condizioni di indebitamento registrati tra la metà degli anni novanta e l’inizio della crisi finanziaria globale, anche tra i segmenti della popolazione che storicamente riscontravano maggiori difficoltà di accesso al credito; le minori esigenze di accumulazione che ne sono derivate hanno permesso di contenere il calo dei consumi comprimendo il risparmio. 
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Le generazioni più giovani possono inoltre attendersi una maggiore ricchezza ereditata per via della riduzione del numero medio di figli. Nel 2014 circa un terzo delle famiglie ha dichiarato di aver ricevuto un lascito; la ricchezza di queste famiglie, per le quali i lasciti rappresentano in media il 60 per cento del patrimonio netto, è più del doppio di quella dei nuclei che hanno dichiarato di non aver ricevuto eredità o donazioni. All’inizio degli anni novanta, quando solo circa un quinto delle famiglie aveva ricevuto un lascito, il patrimonio delle famiglie beneficiarie era di solo circa il 70 per cento più elevato di quello dei nuclei che non riportavano eredità o donazioni. La ricchezza netta delle famiglie più facoltose è meno dipendente dai lasciti di quanto non lo sia quella delle famiglie meno abbienti, grazie alla maggiore capacità di accumulare risorse autonomamente. Il reddito complessivo, che determina in larga parte questa capacità, è però collegato più strettamente che in altri paesi avanzati a quello della famiglia di origine, segnalando un basso grado di mobilità sociale; vi concorrono l’elevata persistenza, tra generazioni successive, dei livelli di istruzione e dei percorsi professionali. Vi sono evidenze che per le generazioni più giovani il ruolo complessivo della famiglia di origine nel determinare i propri redditi si sia rafforzato. Il maggior valore della ricchezza ereditata e il crescente ruolo della famiglia di origine nello spiegare le differenze di reddito tra i più giovani comportano una più forte persistenza delle disuguaglianze di benessere tra generazioni successive.